Essere altamente sensibili significa davvero avere sensi più “acuti”?
Quando parliamo di Persone Altamente Sensibili, è facile pensare che la loro sensibilità dipenda dal fatto di possedere sensi più acuti rispetto alla media. Un rumore sembra più forte, una luce può diventare rapidamente fastidiosa, alcuni odori vengono notati immediatamente e determinati ambienti possono risultare molto più stancanti.
Ma le Persone Altamente Sensibili possiedono davvero una maggiore capacità fisica di percepire gli stimoli?
Una ricerca pubblicata nel 2026 sul Journal of Research in Personality ha provato a rispondere proprio a questa domanda, mettendo a confronto la Sensory Processing Sensitivity, il costrutto scientifico associato all’Alta Sensibilità, con misure oggettive e soggettive della sensibilità sensoriale.
Lo studio ha coinvolto 150 donne e ha preso in considerazione diverse modalità sensoriali, tra cui udito, vista, temperatura, olfatto e sistema vestibolare. I ricercatori non si sono limitati a chiedere alle partecipanti quanto si considerassero sensibili, ma hanno misurato sperimentalmente anche alcune soglie sensoriali.
Ed è proprio qui che emerge un risultato particolarmente interessante.
Avere livelli elevati di Sensory Processing Sensitivity non corrispondeva in maniera consistente a una maggiore capacità oggettiva di rilevare gli stimoli. In altre parole, una Persona Altamente Sensibile non sembra necessariamente sentire un suono più debole, percepire prima un odore o rilevare uno stimolo sensoriale che altre persone non riescono ancora a percepire.
Questo risultato ci invita a modificare leggermente il modo in cui pensiamo all’Alta Sensibilità.
Forse il punto non è semplicemente sentire di più.
Potrebbe essere molto più importante capire che cosa accade quando quello stimolo viene percepito.
Immaginiamo due persone sedute nello stesso ambiente. Entrambe possono essere perfettamente in grado di sentire il rumore di fondo presente nella stanza. Per una delle due quel rumore può rimanere sullo sfondo e diventare rapidamente poco rilevante. Per l’altra può continuare a essere presente nell’esperienza, attirare l’attenzione, interferire con la concentrazione o contribuire progressivamente alla sensazione di affaticamento.
In questo caso non necessariamente una persona “sente meglio” dell’altra. Ciò che potrebbe cambiare è il modo in cui quello stimolo viene vissuto ed elaborato.
Ed è proprio questa distinzione a rendere particolarmente interessante lo studio. I ricercatori hanno infatti osservato che la Sensory Processing Sensitivity mostrava una relazione più evidente con la sensibilità riferita dalle persone rispetto alle soglie sensoriali misurate oggettivamente.
Questo significa che dovremmo essere prudenti quando diciamo che le Persone Altamente Sensibili possiedono dei sensi più sviluppati o una sorta di maggiore capacità sensoriale.
L’esperienza della sensibilità potrebbe essere molto più complessa.
Un rumore può essere percepito da due persone con la stessa capacità uditiva e avere comunque un impatto completamente diverso. Una luce può essere perfettamente visibile a entrambe, ma diventare molto più disturbante per una delle due. Un ambiente ricco di stimoli può essere tollerato facilmente da qualcuno e risultare progressivamente faticoso per qualcun altro.
Questo apre una prospettiva particolarmente interessante anche per comprendere il sovraccarico.
Forse, in alcuni casi, dovremmo smettere di domandarci soltanto “quanto intensamente percepisco questo stimolo?” e iniziare a chiederci “che cosa succede nel mio sistema quando questo stimolo continua a essere presente?”
È un cambiamento apparentemente piccolo, ma importante.
Significa passare dall’idea di una persona che semplicemente “sente tutto più forte” alla comprensione di un funzionamento sensoriale individuale, nel quale possono entrare in gioco la percezione soggettiva dello stimolo, l’attenzione che gli viene attribuita, la risposta che produce e il modo in cui viene vissuto.
Questo non significa affatto sostenere che il disagio provocato dagli stimoli sia immaginario.
Se una luce, un rumore, un odore o un ambiente affollato diventano estremamente faticosi, quell’esperienza è reale. Il fatto che una differenza non emerga necessariamente attraverso una determinata misura sperimentale della soglia sensoriale non rende meno autentica l’esperienza della persona.
Ci aiuta, invece, a distinguere due aspetti che spesso vengono confusi: avere una maggiore acuità sensoriale e vivere una maggiore sensibilità agli stimoli non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed è forse proprio questa distinzione a permetterci di fare un passo avanti nella comprensione delle Persone Altamente Sensibili.
Invece di limitarci a pensare “sono fatto così perché sento tutto più degli altri”, possiamo iniziare a osservare con maggiore curiosità il nostro funzionamento.
Possiamo chiederci quali stimoli ci affaticano maggiormente, quali riusciamo a lasciare sullo sfondo, quali continuano invece a occupare la nostra attenzione, quanto cambia la nostra esperienza quando siamo già stanchi o sotto stress e quali ambienti permettono al nostro sistema di funzionare meglio.
Si passa così dall’etichetta alla conoscenza di sé.
Naturalmente questa ricerca non rappresenta una conclusione definitiva sull’Alta Sensibilità. Lo studio ha coinvolto un campione relativamente contenuto e composto esclusivamente da donne, e le misurazioni sperimentali utilizzate non possono riprodurre tutta la complessità dell’esperienza sensoriale della vita quotidiana. Gli stessi risultati, quindi, devono essere interpretati all’interno dei limiti dello studio.
Ciò che questa ricerca ci offre è soprattutto una domanda nuova.
E se essere altamente sensibili non significasse semplicemente percepire più degli altri, ma avere un modo differente di vivere ed elaborare ciò che viene percepito?
È una domanda che apre una prospettiva molto più ampia sull’Alta Sensibilità e che ci invita a conoscere non soltanto quanto siamo sensibili, ma soprattutto come funziona il nostro sistema sensoriale.
Fonte scientifica: Gubler, D. A., Ertl, M., Janelt, T., Roth, M. & Troche, S. J. (2026), Sensory processing sensitivity (SPS) is not a sensory ability: Examining the relationship of SPS with objectively and subjectively measured sensory sensitivity, Journal of Research in Personality, 123, 104730. Consulta l'articolo su ScienceDirect.